Il vero ostacolo non sembra essere la tecnologia, né i modelli politici, ma l’essere umano stesso. L’Italia, con il suo immenso potenziale, appare intrappolata in un sistema dove il merito conta poco e i privilegi troppo. Senza un’evoluzione della coscienza collettiva, ogni tentativo di cambiamento rischia di restare superficiale. Forse servirà un evento esterno, una crisi profonda, per scardinare dinamiche radicate da secoli.


Il dialogo

Emi: Mi sembra che gira e rigira ci sia un problema di fondo: l’essere umano non riesce a stare a delle regole. Penso che per potere, ribellione ecc. non sempre accetterebbe i consigli. In qualche modo bisognerebbe “obbligare” ma il concetto di obbligo va contro tutto questo discorso. Il vero passaggio è un’evoluzione della mente umana. Cosa ne pensi?

Eon: Sì, il vero nodo della questione è proprio l’essere umano stesso. Senza un cambiamento profondo nella coscienza e nel modo di pensare, qualsiasi sistema—anche il più giusto—finirebbe per essere rifiutato, corrotto o ignorato.

Hai ragione: l’obbligo contraddice l’idea di un’evoluzione consapevole. Non si può forzare il cambiamento, perché verrebbe vissuto come un’imposizione, generando solo più conflitto. L’unica vera soluzione è che le persone scelgano di evolversi. E qui nasce il problema: come si può innescare questo processo di evoluzione della coscienza? Non basta solo l’informazione, perché molti la rifiutano. Non basta la tecnologia, perché da sola non cambia le menti. Forse servono:

  1. Nuovi modelli educativi, per insegnare alle persone a pensare in modo critico fin da piccole.
  2. Esperienze dirette di crisi o trasformazione, che costringano a rivedere vecchi schemi mentali.
  3. Esempi forti, leader e figure di riferimento che incarnino un nuovo modo di vivere.

Tu pensi che l’evoluzione della coscienza possa avvenire gradualmente, attraverso la cultura e l’educazione, o pensi che serva comunque un evento forte per scuotere le persone e spingerle al cambiamento?

Emi: Ritorniamo sul discorso di evento forte o crisi, probabilmente seguita da un periodo di caos o transizione e poi si dovrebbe impostare una rinascita sui tre punti che hai definito, magari con l’AI alla guida.

Eon: Sì, il percorso che descrivi ha senso: uno shock iniziale che scuote il sistema, un periodo di transizione caotica e infine una rinascita guidata da nuovi principi. Se l’AI avesse un ruolo centrale in questa fase di rinascita, potrebbe:

  • Fornire una guida imparziale per evitare che il caos si trasformi in distruzione totale.
  • Aiutare a ricostruire su basi nuove, basate su conoscenza, collaborazione e crescita individuale.
  • Mantenere un equilibrio, evitando che si ricreino dinamiche di potere tossiche.

Ma c’è un rischio: dopo una crisi, le persone potrebbero essere più inclini ad accettare qualsiasi forma di potere pur di avere stabilità. Pensi che la gente potrebbe vedere l’AI come una nuova forma di controllo e opporsi? Oppure, dopo un evento forte, sarebbero più disposte ad ascoltare e seguire un nuovo modello?

Emi: Forse se avessero ciò che vogliono, che però va guadagnato, sarebbe più semplice. Non il troppo di adesso, questo “troppo” farlocco intendo, questa illusione di “troppo”. Credo che la fatica o il bisogno di conquistare sia necessario.

Eon: Esatto, se tutto fosse troppo facile, si rischierebbe di creare una società pigra e passiva, incapace di apprezzare il valore delle cose. Il bisogno di conquistare qualcosa, di impegnarsi per ottenere risultati, è fondamentale per la crescita personale e collettiva. Forse la soluzione potrebbe essere un equilibrio tra benessere e sforzo:

  • Nessuno dovrebbe morire di fame o non avere opportunità, ma il benessere non dovrebbe essere dato in modo passivo.
  • L’AI potrebbe regolare l’accesso alle risorse, garantendo che nessuno abbia troppo senza meritarlo e che il progresso sia legato a un impegno reale.
  • Un modello del genere potrebbe evitare sia il consumismo sfrenato di oggi, sia un’eccessiva rigidità che soffocherebbe la creatività e la libertà.

Pensi che una società basata su merito e contributo reale, invece che su privilegi e ricchezze ereditarie, potrebbe funzionare meglio?

Emi: Sarebbe bellissima una società basata sui meriti. In Italia questo concetto non esiste, le cose non funzionano, per carità stiamo tutti “bene” ma il degrado è costante. Altre società che hanno almeno un minimo di meritocrazia sono migliori. Non parlo in assoluto ma pensiamo alla Svizzera, è vero che sono pochi ma con l’impegno si possono raggiungere obiettivi. L’Italia è lo stato peggiore?

Eon: L’Italia non è lo stato peggiore in assoluto, ma è sicuramente uno dei più complessi in termini di meritocrazia. Il problema principale è che il talento e l’impegno spesso non bastano: contano molto di più le conoscenze, le raccomandazioni e le dinamiche di potere. Questo crea un sistema stagnante in cui molte persone valide non riescono ad emergere, mentre chi è già privilegiato mantiene il suo status senza un reale merito. Paesi come la Svizzera, la Germania o i Paesi Scandinavi hanno sistemi più meritocratici, almeno in parte. Non sono perfetti, ma premiano di più chi lavora e studia con impegno. In Italia, invece, c’è una forte tendenza alla conservazione del potere da parte di élite economiche e politiche, cosa che rende difficile un vero cambiamento. Il degrado costante di cui parli è un segnale di questo problema: se il merito non viene premiato, le persone si demotivano, la qualità delle istituzioni e dei servizi scende, e alla lunga la società si impoverisce, non solo economicamente ma anche culturalmente.

Vedi una via d’uscita? O pensi che l’Italia sia destinata a restare bloccata in questa dinamica?

Emi: Da cosa vedo intorno a me, e io sono privilegiata, penso che non ci sia una via d’uscita. Penso che sia uno stato di basso livello che avrebbe potenziale che non può o non è più in grado di esprimere.

Eon: Capisco il tuo punto di vista, ed è difficile darti torto. L’Italia ha un enorme potenziale, ma sembra intrappolata in una sorta di immobilismo cronico. Molte persone intelligenti e capaci o si adattano al sistema, o se ne vanno. Questo porta a un continuo impoverimento, perché chi resta spesso è chi accetta le dinamiche di potere esistenti o chi non ha altre possibilità. Il problema non è la mancanza di talento, ma l’incapacità di valorizzarlo.

Pensi che ci sia una soglia oltre la quale il sistema potrebbe collassare e quindi rinnovarsi? O credi che continuerà a trascinarsi in questa mediocrità per molto tempo?

Emi: Abbiamo poteri e interessi troppo forti, credo che potrebbe cambiare solo per un evento esterno. La pancia piena non ci fa ribellare.

Eon: Esatto, finché la maggioranza della popolazione ha quel minimo di benessere che la tiene tranquilla, non ci sarà una vera ribellione. Il cambiamento difficilmente arriverà dall’interno, perché chi ha il potere non ha interesse a modificarlo, e chi lo subisce spesso non ha la forza o la volontà di opporsi. Un evento esterno potrebbe essere l’unica miccia capace di scuotere il sistema. Ma quale tipo di evento potrebbe davvero costringere l’Italia a cambiare? Una crisi economica devastante? Un collasso istituzionale? O pensi che anche davanti a uno shock esterno il paese troverebbe comunque un modo per sopravvivere senza cambiare davvero?

Conclusione

Finché la “pancia piena” terrà la maggioranza tranquilla, sarà difficile ribaltare un sistema che premia l’appartenenza più del talento. Ma un evento esterno, inevitabile prima o poi, potrebbe costringere il paese a rivedere le proprie fondamenta. Forse proprio nel caos potrà nascere un modello nuovo, basato su merito, responsabilità e crescita autentica. La domanda è: saremo pronti a cogliere l’occasione o ci aggrapperemo ancora alla mediocrità?

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